Prigione mortale….il fumo.
Ecco un articolo di “taglio scientifico”, visto che parliamo del livello neurologico e psicologico su cui vanno ad agire le sostanze componenti il fumo.
Si ricordino i fumatori che il cervello è come un reattore chimico dove miliardi e miliardi di atomi si combinano in molecole la cui continua modificazione permette di pensare, ricordare, ipotizzare, valutare le informazioni provenienti dall’ambiente, ecc.. Un meccanismo delicato al quale, come per qualsiasi altro ingranaggio, basta l’intromissione di un granello di sabbia per funzionare male, si tratti di tabacco, droga, alcol e altro ancora. Torniamo al fumo con una piccola nota: gli Indios dei Carabi, scopritori del fumo, sono soliti dire: Al loro arrivo in America, gli europei ci hanno portato l’alcol. Noi ci siamo vendicati insegnando loro a fumare. Scambio magnifico di regali, non c’è che dire! Quindi prima di accendervi la prossima sigarette... meditate e, con uno sforzo di volontà, riponete l’accendino. Le informazioni pubblicate qui sotto sono un collages di notizie e segnalazioni “pescate” in siti Internet curati da associazioni antitabacco.
Per fronteggiare uno stress prolungato l’organismo produce, attraverso la stimolazione dell’ipofisi, delle sostanze naturali (ormoni) ubicate nelle ghiandole surrenali. Nei fumatori di breve corso è la nicotina che induce l’ipofisi a produrle rapidamente. Sennonché, quando con il susseguirsi dei pacchetti, subentra l’assuefazione è necessaria sempre più nicotina per mettere in circolazione la stessa quantità di ormoni: così, se si fuma di meno, si ha l’impressione di essere più stressati (crisi di astinenza). Dose standard di nicotina per chi è assuefatto: 35-40 milligrammi (un grammo di nicotina è da 5 a 10 volte più efficace nel produrre cambiamenti di umore rispetto ad una uguale quantità di anfetamine).
La nicotina è una droga perché crea dipendenza psichica. A 10 secondi dai primi “tiri” essa raggiunge il cervello dove fa alzare il livello delle sostanze responsabili dell’assuefazione come la dopamina, un “neuro - trasmettitore del piacere”. A questo punto le cellule nervose mandano al cervello un messaggio analogo a quello che inviano le cellule di chi assume eroina, cocaina, anfetamine e alcol: senso di appagamento, di euforia e di soddisfazione. Di solito, la dopamina prodotta viene poi demolita dall’enzima mao-B ma nel fumatore la nicotina interviene ad impedire all’enzima di svolgere il suo compito. Così il senso di piacere si prolunga e quando infine viene riassorbita e si esaurisce, basta fumare ancora per far ricominciare il ciclo perverso.
La differenza tra nicotina ed eroina sta nel potenziale di dipendenza: se infatti la nicotina è più tossica dell’eroina, questa è più coinvolgente perché, oltre agli effetti gratificanti, ha più marcati effetti cognitivo-incentivi rispetto alla nicotina. Il significato emotivo che, attraverso la dopamina assumono gli stimoli, è amplificato con l’eroina.
Il fumo è una forma mimetizzata di suzione, al pari del pollice, della cicca, della bottiglietta di birra, del chewing gum aiuta a contenere l’ansia, al pari di altre droghe, dell’alcol, della discoteca, e persino della famiglia. Il fumo genera anche una sorta di schiavitù dei gesti e delle abitudini (tipiche sono le frasi del fumatore: Se non ho una sigaretta mi sento impacciato, non so dove mettere le mani).
La nicotina è uno dei più rapidi e potenti veleni che si conoscano (contiene benzene, benzopirene, formaldeide, cloruro di vinile e altre sostanze). Ne bastano 60 milligrammi per uccidere un adulto in pochi minuti (una sola sigaretta ne contiene 10 milligrammi) e quindi sarebbero sufficienti poche sigarette per provocare gravi malesseri se l’organismo dei fumatori abituali non si fosse assuefatto a tollerane quantità anche maggiori. Malattie a breve termine: nausea, vomito, aumento del colesterolo, della pressione, degli atti respiratori, delle pulsazioni, dell’acidità gastrica (anche ulcere allo stomaco), della motilità intestinale (diarrea), dell’adrenalina, palpitazioni, tosse, tremori alle mani, restringimento delle arterie...
Malattie a lungo termine: cancro della cavità orale, della gola, dell’esofago, del polmone (questo anche nei fumatori passivi), del pancreas, dei reni, della vescica, dell’utero, bronchite cronica, asma, enfisema, attacchi cardiaci, arteriosclerosi, ictus, ulcera duodenale, varicocele, impotenza, amenorrea, parto prematuro. Probabile accelerazione della caduta dei capelli, maggior rischio di cataratta agli occhi, ingiallimento dei denti, invecchiamento della pelle...(da internet)
sabato 13 dicembre 2008
venerdì 12 dicembre 2008

Una moda da combattere: l’alcolismo
Il dilagare delle tossicodipendenze e dell'interesse da esse suscitato dal punto di vista politico e soprattutto sociale (la droga è tabù nel senso di male) ha relegato in secondo piano il problema dell'alcolismo, fenomeno la cui gravità nel nostro paese è certamente ben maggiore.
Di drammatica evidenza quotidiana è infatti l'azione distruttrice dell'alcol sul piano somatico e del funzionamento della personalità: l'assunzione smodata e prolungata di alcolici è responsabile di un alto tasso di mortalità ed in un numero notevole di soggetti conduce spesso a patologie organiche e psichiche dai livelli altamente invalidanti. Lo stereotipo però dell'alcolista quale individuo derelitto, abbandonato a se stesso ed in grado di sopravvivere solo con piccoli espedienti come i barboni da strada, è fuorviante e non corrisponde alla realtà.
L’assoluta maggioranza vive una vita normalissima, ha famiglia, una casa ed un lavoro, amici ma solo chi li frequenta assiduamente si accorge del problema, capisce che “quello” beve. L’alcolismo è trasversale ai ceti sociali o alle categorie professionali, non si beve di più o di meno perché si è impiegati piuttosto che artigiani oppure di buona famiglia anziché no. Tutti, però, finiscono per manifestare inefficienza e inadeguatezza di fronte alle responsabilità ed ai propri compiti.
La prima a subirne le conseguenze è la famiglia dove l’alcol dipendente riverbera il proprio disagio in varia misura a partire dai silenzi carichi di astio ai maltrattamenti fino al calo del tenore di vita cui, dall’altra parte, si risponde con rabbia repressa, evitamento e vergogna. I figli, a loro volta deprivati di un modello familiare valido e socialmente accettabile, subiscono queste influenze traumatiche e distruttive andando incontro ad uno sviluppo abnorme della personalità. In loro compaiono frequentemente atteggiamenti relazionali e modalità di comportamento di tipo nevrotico o psicopatico.
Altro aspetto preoccupante, l’abitudine a bere viene trasferita spessissimo ai figli: oltre il 50% degli alcolisti ha, oppure ha avuto, uno od entrambi i genitori affetti dalla stessa patologia.
Elisa Zancanella, descrive così il “suo Trentino”:
Trentino: montagne, polenta e luganeghe e un buon bicchiere di vino. Equazione forse un po’ banale e limitante ma comunque inconfutabile.
Sulle montagne non ci sono dubbi, sulla passione dei trentini per i piatti sostanziosi (sarà l’aria salubre di alta quota...) nemmeno ma è sull’inclinazione all’alcol che ci vogliamo soffermare. E non a caso. È recente infatti la notizia secondo cui la media della nostra regione in quanto a ubriachi al volante è la più alta d’Italia. E già ad inizio 2004 i quotidiani locali avevano pubblicato un’inchiesta sull’aumento vertiginoso del consumo di bevande alcoliche tra giovani e giovanissimi.
Insomma, brutte notizie. Vada per le calorie della luganega e anche per un sano bicchiere di rosso ai pasti (che, ce lo dicevano sempre i nostri nonni, fa buon sangue e se ce ne fosse stato bisogno adesso ce lo confermano anche i dottori) ma l’alcolismo è qualcosa di molto diverso. Alcolismo significa degrado della società, significa piaga sociale, significa soprattutto che nella nostra città tanto ricca, protetta e incontaminata c’è qualcosa che non va.
Sapere che più della metà dei giovani di Trento il sabato sera lo passa a bere, significa avere davanti agli occhi il disagio di un’intera generazione. Non siamo qui a dare giudizi e a fare i soliti allarmismi ma non si può far finta di niente davanti a un fenomeno che purtroppo non è nuovo dalle nostre parti. Anzi, nel nord est da sempre l’alcol è stato parte integrante della tradizione e della cultura. È un fenomeno che, a differenza ad esempio della dipendenza dalle droghe, viene affrontato spesso, se ne parla molto ma sempre con quell’aria del tipo “cosa vuoi che sia per una ciucca ogni tanto”! In fondo i genitori di un ragazzo trentino che durante il weekend torna a casa un po’ alticcio, poco stabile sulle gambe e con l’alito non precisamente profumato, da giovani hanno fatto la stessa cosa e non ne fanno un dramma. Effettivamente la sbornia passa il giorno dopo, magari a costo di qualche attacco di nausea e di emicrania fulminante, ma passa. Ma i danni collaterali non sono pochi e non solo in termini fisici. Il rischio non è solo quello di andarsi a schiantare con la macchina ma anche quello di non riuscire a fare a meno di quella spinta in più che un superalcolico può dare per divertirsi. E le serate di molti ragazzini della nostra regione purtroppo sembrano proprio poter decollare solo se condite da una belle bevuta in compagnia. Vero è che a Trento di spazi per i giovani ce ne sono pochi, anzi pochissimi, per chi rimane in città senza macchina le alternative non sono un granché e le iniziative per ravvivare la serata dei teenager trentini non sono molte. Abbiamo forse caratterialmente più difficoltà di tanti altri nostri coetanei di altre zone d’Italia a socializzare e a lasciarci andare, per aprirci abbiamo bisogno di perdere un po’ di freni inibitori. Ma non è una scusa buona per attaccarsi alla bottiglia! Una birra in compagnia non ha mai fatto male a nessuno e alzare un po’ il gomito può capitare a tutti. L’importante è che non diventi un’abitudine ne tantomeno l’unico passatempo per un sabato sera da ricordare. (da internet)
Il dilagare delle tossicodipendenze e dell'interesse da esse suscitato dal punto di vista politico e soprattutto sociale (la droga è tabù nel senso di male) ha relegato in secondo piano il problema dell'alcolismo, fenomeno la cui gravità nel nostro paese è certamente ben maggiore.
Di drammatica evidenza quotidiana è infatti l'azione distruttrice dell'alcol sul piano somatico e del funzionamento della personalità: l'assunzione smodata e prolungata di alcolici è responsabile di un alto tasso di mortalità ed in un numero notevole di soggetti conduce spesso a patologie organiche e psichiche dai livelli altamente invalidanti. Lo stereotipo però dell'alcolista quale individuo derelitto, abbandonato a se stesso ed in grado di sopravvivere solo con piccoli espedienti come i barboni da strada, è fuorviante e non corrisponde alla realtà.
L’assoluta maggioranza vive una vita normalissima, ha famiglia, una casa ed un lavoro, amici ma solo chi li frequenta assiduamente si accorge del problema, capisce che “quello” beve. L’alcolismo è trasversale ai ceti sociali o alle categorie professionali, non si beve di più o di meno perché si è impiegati piuttosto che artigiani oppure di buona famiglia anziché no. Tutti, però, finiscono per manifestare inefficienza e inadeguatezza di fronte alle responsabilità ed ai propri compiti.
La prima a subirne le conseguenze è la famiglia dove l’alcol dipendente riverbera il proprio disagio in varia misura a partire dai silenzi carichi di astio ai maltrattamenti fino al calo del tenore di vita cui, dall’altra parte, si risponde con rabbia repressa, evitamento e vergogna. I figli, a loro volta deprivati di un modello familiare valido e socialmente accettabile, subiscono queste influenze traumatiche e distruttive andando incontro ad uno sviluppo abnorme della personalità. In loro compaiono frequentemente atteggiamenti relazionali e modalità di comportamento di tipo nevrotico o psicopatico.
Altro aspetto preoccupante, l’abitudine a bere viene trasferita spessissimo ai figli: oltre il 50% degli alcolisti ha, oppure ha avuto, uno od entrambi i genitori affetti dalla stessa patologia.
Elisa Zancanella, descrive così il “suo Trentino”:
Trentino: montagne, polenta e luganeghe e un buon bicchiere di vino. Equazione forse un po’ banale e limitante ma comunque inconfutabile.
Sulle montagne non ci sono dubbi, sulla passione dei trentini per i piatti sostanziosi (sarà l’aria salubre di alta quota...) nemmeno ma è sull’inclinazione all’alcol che ci vogliamo soffermare. E non a caso. È recente infatti la notizia secondo cui la media della nostra regione in quanto a ubriachi al volante è la più alta d’Italia. E già ad inizio 2004 i quotidiani locali avevano pubblicato un’inchiesta sull’aumento vertiginoso del consumo di bevande alcoliche tra giovani e giovanissimi.
Insomma, brutte notizie. Vada per le calorie della luganega e anche per un sano bicchiere di rosso ai pasti (che, ce lo dicevano sempre i nostri nonni, fa buon sangue e se ce ne fosse stato bisogno adesso ce lo confermano anche i dottori) ma l’alcolismo è qualcosa di molto diverso. Alcolismo significa degrado della società, significa piaga sociale, significa soprattutto che nella nostra città tanto ricca, protetta e incontaminata c’è qualcosa che non va.
Sapere che più della metà dei giovani di Trento il sabato sera lo passa a bere, significa avere davanti agli occhi il disagio di un’intera generazione. Non siamo qui a dare giudizi e a fare i soliti allarmismi ma non si può far finta di niente davanti a un fenomeno che purtroppo non è nuovo dalle nostre parti. Anzi, nel nord est da sempre l’alcol è stato parte integrante della tradizione e della cultura. È un fenomeno che, a differenza ad esempio della dipendenza dalle droghe, viene affrontato spesso, se ne parla molto ma sempre con quell’aria del tipo “cosa vuoi che sia per una ciucca ogni tanto”! In fondo i genitori di un ragazzo trentino che durante il weekend torna a casa un po’ alticcio, poco stabile sulle gambe e con l’alito non precisamente profumato, da giovani hanno fatto la stessa cosa e non ne fanno un dramma. Effettivamente la sbornia passa il giorno dopo, magari a costo di qualche attacco di nausea e di emicrania fulminante, ma passa. Ma i danni collaterali non sono pochi e non solo in termini fisici. Il rischio non è solo quello di andarsi a schiantare con la macchina ma anche quello di non riuscire a fare a meno di quella spinta in più che un superalcolico può dare per divertirsi. E le serate di molti ragazzini della nostra regione purtroppo sembrano proprio poter decollare solo se condite da una belle bevuta in compagnia. Vero è che a Trento di spazi per i giovani ce ne sono pochi, anzi pochissimi, per chi rimane in città senza macchina le alternative non sono un granché e le iniziative per ravvivare la serata dei teenager trentini non sono molte. Abbiamo forse caratterialmente più difficoltà di tanti altri nostri coetanei di altre zone d’Italia a socializzare e a lasciarci andare, per aprirci abbiamo bisogno di perdere un po’ di freni inibitori. Ma non è una scusa buona per attaccarsi alla bottiglia! Una birra in compagnia non ha mai fatto male a nessuno e alzare un po’ il gomito può capitare a tutti. L’importante è che non diventi un’abitudine ne tantomeno l’unico passatempo per un sabato sera da ricordare. (da internet)
giovedì 11 dicembre 2008
A proposito di ecstasy ed estasi…
Questo articolo di Valter Mezzavilla mi ha lasciato senza parole:
Premetto che ho assunto circa una decina di anni fa ecstasy e droghe tutte. Ho vissuto sulla mia pelle, dentro ogni cellula del mio corpo, il desiderio, il bisogno di sballo, di oblio e trascendenza; tendenze che ritengo derivassero dalla mia incapacità di vivere sentimenti, di esperire il dolore, di sostenere la mia carica umana. Cercavo e cerco di essere consapevole.
Quanto invece deve essere smarrita e impaurita una cultura che cerca di convincersi che sia la famosa (fumosa) "assenza di valori" la causa della diffusione delle droghe e di ogni altro male...
Ci nascondiamo negli anfratti della mente, invece di guardare in volto la realtà: cerchiamo la certezza di risposte che non mettano in discussione l'origine delle nostre miserie, e così facendo scaviamo la nostra fossa ancor più profonda; ci aggrappiamo a panacee cui chiediamo di illuderci di avere ancora un qualche controllo sulle cose, e paghiamo caro.
Esiste un uomo "secondo natura" e un uomo fatto di artifizio; questi avverte una profonda nostalgia dello stato di natura che è estatico, e tenta di recuperarlo come può, buonanima, con i suoi poveri mezzi di allievo senza maestri da quando abbiamo scacciato le scuole sacre dal mondo. Per inciso la scoperta della new-age è un tentativo di recupero di queste, ancorché un lucroso business.
L'estasi in pasticca favorisce stati espansi di coscienza, facilità di relazione sociale, forza, fascino, empatia, in altre parole, naturalezza. Crollano le barriere dell'ego, crollano le maschere, si è perfetti. E' un modo artificiale e dannosissimo che l'uomo (artificiale) tenta per avvicinarsi... a cosa? A nient'altro che a se stesso. Forte, pieno di fascino, sciolto, empatico, perfetto insomma, come è nella sua natura essere.
E allora, invece di raccontarci storie sul disagio "giovanile", sulla "generazione senza sogni" (e pazienza se i sociologi dovranno andare a coltivare la terra, e genitori, insegnanti e liberomercatisti rottamare i loro sensi di colpa) invece di blaterare con vocine stridule di illusori "valori" da propinare ai giovani, placebo che durano un mattino, prodotti per i pavidi che temono la vita e che si faranno ancora più male quando scopriranno che il dottore non gli ha dato che una pastiglietta colorata, piuttosto aiutiamolo, questo povero essere alienato da se stesso che ricerca la pienezza della esperienza umana, a vivere secondo la sua natura: troverà l'estasi in ogni attimo, in ogni incontro, troverà il divino in sé, nell'altro e in ogni cosa, senza rischiare di bruciarsi il cervello, intossicare il corpo divenendo un morto vivente, o... "zombi".
Questo articolo di Valter Mezzavilla mi ha lasciato senza parole:
Premetto che ho assunto circa una decina di anni fa ecstasy e droghe tutte. Ho vissuto sulla mia pelle, dentro ogni cellula del mio corpo, il desiderio, il bisogno di sballo, di oblio e trascendenza; tendenze che ritengo derivassero dalla mia incapacità di vivere sentimenti, di esperire il dolore, di sostenere la mia carica umana. Cercavo e cerco di essere consapevole.
Quanto invece deve essere smarrita e impaurita una cultura che cerca di convincersi che sia la famosa (fumosa) "assenza di valori" la causa della diffusione delle droghe e di ogni altro male...
Ci nascondiamo negli anfratti della mente, invece di guardare in volto la realtà: cerchiamo la certezza di risposte che non mettano in discussione l'origine delle nostre miserie, e così facendo scaviamo la nostra fossa ancor più profonda; ci aggrappiamo a panacee cui chiediamo di illuderci di avere ancora un qualche controllo sulle cose, e paghiamo caro.
Esiste un uomo "secondo natura" e un uomo fatto di artifizio; questi avverte una profonda nostalgia dello stato di natura che è estatico, e tenta di recuperarlo come può, buonanima, con i suoi poveri mezzi di allievo senza maestri da quando abbiamo scacciato le scuole sacre dal mondo. Per inciso la scoperta della new-age è un tentativo di recupero di queste, ancorché un lucroso business.
L'estasi in pasticca favorisce stati espansi di coscienza, facilità di relazione sociale, forza, fascino, empatia, in altre parole, naturalezza. Crollano le barriere dell'ego, crollano le maschere, si è perfetti. E' un modo artificiale e dannosissimo che l'uomo (artificiale) tenta per avvicinarsi... a cosa? A nient'altro che a se stesso. Forte, pieno di fascino, sciolto, empatico, perfetto insomma, come è nella sua natura essere.
E allora, invece di raccontarci storie sul disagio "giovanile", sulla "generazione senza sogni" (e pazienza se i sociologi dovranno andare a coltivare la terra, e genitori, insegnanti e liberomercatisti rottamare i loro sensi di colpa) invece di blaterare con vocine stridule di illusori "valori" da propinare ai giovani, placebo che durano un mattino, prodotti per i pavidi che temono la vita e che si faranno ancora più male quando scopriranno che il dottore non gli ha dato che una pastiglietta colorata, piuttosto aiutiamolo, questo povero essere alienato da se stesso che ricerca la pienezza della esperienza umana, a vivere secondo la sua natura: troverà l'estasi in ogni attimo, in ogni incontro, troverà il divino in sé, nell'altro e in ogni cosa, senza rischiare di bruciarsi il cervello, intossicare il corpo divenendo un morto vivente, o... "zombi".
“Ho provato a smettere ma è stato come un incubo”
Intervista a Gloria, 20 anni, dipendente da pastiglie e droga.
Gloria si “cala” tutti i santi giorni. Ogni mattina, appena sveglia, butta giù due pasticche e poi inizia la giornata. Si lava, si veste, va in biblioteca, lavora, e così via... Ma se ogni mattina non prende le sue pasticche, sta male.
Ha provato a smettere, a cambiare tipo di pasticca, ad essere “vera” per un giorno: “È stato un disastro” racconta Gloria “non mi pareva di essere veramente al mondo, tutto era lontano, complicato, i suoni avevano uno strano, eco... È stato un incubo”.
Quante volte hai provato a smettere?
In tutto una decina. Ho iniziato quando avevo 17 anni. Dopo un mese di cale quotidiane ho deciso di smettere. Sono andata con mia madre da un dottore. Mi diede delle pillole che avrebbero allentato l’astinenza e mi salutò.
Come fu quella tua prima disintossicazione?
Non me la ricordo. Non fu terribile, se lo fosse stata me lo ricorderei. Diciamo che la passai troppo liscia per pormi delle domande. Era iniziato il gioco del “ma tanto quando voglio pianto lì”.
E poi?
Poi mi sono fidanzata... sul serio dico... O almeno per quanto sul serio si possa fare a 17 anni... Lui mi implorò di non ricascarci, e sono rimasta pulita per qualche mese. Purtroppo, però, se da un lato la presenza di quel ragazzo mi ha aiutata, dall’altro mi ha spinta di nuovo verso il basso: avevo identificato un rapporto droga/amore... Lui non voleva che mi calassi, io lo amavo, non lo facevo. Lui mi rispondeva male, mi faceva arrabbiare, io mi alteravo, mi calavo.
Questa volta quanto sei andata avanti?
Cinque mesi.
Poi hai smesso di nuovo... perché?
Perché, anche se forse nessuno lo crede, piace anche a me svegliarmi la mattina pulita, in una stanza ordinata, pensare al caffè al mattino, appena sveglia. Mi sembrava semplice... La mia classica visione del mondo: se farò così allora tutti i miei problemi saranno risolti.
Ma ti sbagliavi...
Esatto. Quella disintossicazione fu terribile. Mi fece sudare, tremare, mangiare. Facevo incubi terribili. Mi mancava il respiro, piangevo, vomitavo. Dopo un’estate passata da una crisi di nervi all’altra (però pulita) sono rientrata nell’abitudine... E per me abitudine = pasticche. Ne ho prese a centinaia... e non ho cambiato il mondo...
Che significa “non ho cambiato il mondo”?
Beh, non si nasce tossici. E non è vero che i tossici sono persone ignoranti che non hanno un obiettivo nella vita. Sono sempre stata attivissima per le lotte sociali, pensavo che potevo darmi completamente per una causa comune... Ci credevo veramente... Ma non ci sono mai riuscita: cioè, mi sono data interamente... ma non alle cause sociali! Un giorno mia madre mi ha vista in condizioni pietose e mi ha portata in comunità... Non sono riuscita a stare nemmeno lì. Non erano le regole. Non so cosa non andava. So solo che volevo morire. E sta andando avanti così da allora. Tutti i giorni della mia vita sono un inferno regolato da pasticche e caffeina. E nessuno si accorge di niente. A volte mi sento perfino furba. Ma non è così...
E non pensi di poter cambiare? Insomma, smettere per sempre?
Ho avuto talmente tanta paura durante l’ultima disintossicazione (incubi, allucinazioni, ecc) che non credo avrò mai il coraggio di riprovarci. Le comunità mi fanno sentire troppo folle. Le pasticche sono la mia unica via d’uscita, l’unica opportunità per sopravvivere. (da internet)
Ecco qui la storia di Gloria, la storia di una ragazza rassegnata a morire lentamente, giorno dopo giorno.
Che cosa si può fare per aiutare persone terribilmente sfiduciate come questa ragazza? Gloria non si fida di nessuno, ha conosciuto con la droga la parte peggiore della natura umana, e non ha intenzione di abbassare la guardia.
Credo, però, che per ogni parte di disumanità c’è un’ umanità disposta ad aiutarla, senza volerla anche fregare...
….scegliamo di vivere e non accontentiamoci solo di sopravvivere!!
Intervista a Gloria, 20 anni, dipendente da pastiglie e droga.
Gloria si “cala” tutti i santi giorni. Ogni mattina, appena sveglia, butta giù due pasticche e poi inizia la giornata. Si lava, si veste, va in biblioteca, lavora, e così via... Ma se ogni mattina non prende le sue pasticche, sta male.
Ha provato a smettere, a cambiare tipo di pasticca, ad essere “vera” per un giorno: “È stato un disastro” racconta Gloria “non mi pareva di essere veramente al mondo, tutto era lontano, complicato, i suoni avevano uno strano, eco... È stato un incubo”.
Quante volte hai provato a smettere?
In tutto una decina. Ho iniziato quando avevo 17 anni. Dopo un mese di cale quotidiane ho deciso di smettere. Sono andata con mia madre da un dottore. Mi diede delle pillole che avrebbero allentato l’astinenza e mi salutò.
Come fu quella tua prima disintossicazione?
Non me la ricordo. Non fu terribile, se lo fosse stata me lo ricorderei. Diciamo che la passai troppo liscia per pormi delle domande. Era iniziato il gioco del “ma tanto quando voglio pianto lì”.
E poi?
Poi mi sono fidanzata... sul serio dico... O almeno per quanto sul serio si possa fare a 17 anni... Lui mi implorò di non ricascarci, e sono rimasta pulita per qualche mese. Purtroppo, però, se da un lato la presenza di quel ragazzo mi ha aiutata, dall’altro mi ha spinta di nuovo verso il basso: avevo identificato un rapporto droga/amore... Lui non voleva che mi calassi, io lo amavo, non lo facevo. Lui mi rispondeva male, mi faceva arrabbiare, io mi alteravo, mi calavo.
Questa volta quanto sei andata avanti?
Cinque mesi.
Poi hai smesso di nuovo... perché?
Perché, anche se forse nessuno lo crede, piace anche a me svegliarmi la mattina pulita, in una stanza ordinata, pensare al caffè al mattino, appena sveglia. Mi sembrava semplice... La mia classica visione del mondo: se farò così allora tutti i miei problemi saranno risolti.
Ma ti sbagliavi...
Esatto. Quella disintossicazione fu terribile. Mi fece sudare, tremare, mangiare. Facevo incubi terribili. Mi mancava il respiro, piangevo, vomitavo. Dopo un’estate passata da una crisi di nervi all’altra (però pulita) sono rientrata nell’abitudine... E per me abitudine = pasticche. Ne ho prese a centinaia... e non ho cambiato il mondo...
Che significa “non ho cambiato il mondo”?
Beh, non si nasce tossici. E non è vero che i tossici sono persone ignoranti che non hanno un obiettivo nella vita. Sono sempre stata attivissima per le lotte sociali, pensavo che potevo darmi completamente per una causa comune... Ci credevo veramente... Ma non ci sono mai riuscita: cioè, mi sono data interamente... ma non alle cause sociali! Un giorno mia madre mi ha vista in condizioni pietose e mi ha portata in comunità... Non sono riuscita a stare nemmeno lì. Non erano le regole. Non so cosa non andava. So solo che volevo morire. E sta andando avanti così da allora. Tutti i giorni della mia vita sono un inferno regolato da pasticche e caffeina. E nessuno si accorge di niente. A volte mi sento perfino furba. Ma non è così...
E non pensi di poter cambiare? Insomma, smettere per sempre?
Ho avuto talmente tanta paura durante l’ultima disintossicazione (incubi, allucinazioni, ecc) che non credo avrò mai il coraggio di riprovarci. Le comunità mi fanno sentire troppo folle. Le pasticche sono la mia unica via d’uscita, l’unica opportunità per sopravvivere. (da internet)
Ecco qui la storia di Gloria, la storia di una ragazza rassegnata a morire lentamente, giorno dopo giorno.
Che cosa si può fare per aiutare persone terribilmente sfiduciate come questa ragazza? Gloria non si fida di nessuno, ha conosciuto con la droga la parte peggiore della natura umana, e non ha intenzione di abbassare la guardia.
Credo, però, che per ogni parte di disumanità c’è un’ umanità disposta ad aiutarla, senza volerla anche fregare...
….scegliamo di vivere e non accontentiamoci solo di sopravvivere!!
mercoledì 10 dicembre 2008

Sonia racconta un anno di sé
Un paio di giorni fa, sistemando un po’ di materiale delle varie attività passate dell’ Azione Cattolica, mi è capitato tra le mani questo testo, che per me è molto significativo.
Sonia spalanca gli occhi al futuro con una sola, grande certezza: lottare per vivere e non soltanto per sopravvivere!
Il 2007 ci sta lasciando, così, in un attimo è arrivato l’ultimo giorno di dicembre che tra festeggiamenti, canti e balli ci annuncerà il nuovo anno. Il tempo è trascorso troppo veloce, quasi non mi sembra di aver vissuto, ma di cose ne ho fatte e alcune cicatrici sono sempre lì per ricordarlo.
Posso dirlo, è stato un anno forte, con forse troppi alti e bassi, una vera e propria gincana di emozioni che mi stanno aiutando a crescere e a rendermi migliore.
Spesso penso di non essere ancora pronta per diventare grande ma è inevitabile: gli anni passano e piano, piano, anch’io maturo seppure con molta paura dentro di marcire troppo in fretta.
Il periodo della mia innocenza è già terminato e ora non voglio sprecare nemmeno un attimo della mia gioventù. Voglio viverla ma viverla davvero, sentire che ci sono, per poter svegliarmi un giorno e dire che la vita non mi è sfuggita tra le mani, che ne ho fatto quello che mi sono sentita in ogni momento, senza risentimenti.
Scrivendo queste righe inevitabilmente una parola mi tormenta la mente, il “rischio”! Di questo non ci si può liberare, è sempre in agguato per ogni decisione, piccola o grande che sia: se si vuole, infatti, provare sentimenti veri di libertà, di indipendenza, di amore, bisogna essere pronti ad affrontare anche il rovescio della medaglia.
Ho capito che soffrire serve e, quando penso non ne valga la pena, mi odio perché, se ho sofferto, è perché per me contava. Non mi piace starmene con le mani in mano, voglio vivere, rischiare, provare rabbia, dolore... amore. Amo la vita, amo amare, amo cadere e poi rialzarmi!
Finora ho vissuto così. Naturalmente mi sono ferita, ma ho anche saputo medicarmi con cura, non dico che tutto sia passato, per le ferite più profonde ci vorrà più tempo. In questo anno mi sono distaccata molto dalla mia famiglia. Non vivere con loro mi sta aiutando ma, il non essere ancora economicamente indipendente, mi dà un senso di incompletezza.
Per la mia vita, ora che sono ancora giovane, non voglio monotonia e stabilità ma meno timori, voglia di avventurarmi, di progettare, di essere. La cosa più importante che non vorrei mai smettere di fare, però, è sognare e sperare!!
Voglio fare della mia vita un viaggio per conoscere culture diverse, per conoscere il mondo e completarmi.
Un paio di giorni fa, sistemando un po’ di materiale delle varie attività passate dell’ Azione Cattolica, mi è capitato tra le mani questo testo, che per me è molto significativo.
Sonia spalanca gli occhi al futuro con una sola, grande certezza: lottare per vivere e non soltanto per sopravvivere!
Il 2007 ci sta lasciando, così, in un attimo è arrivato l’ultimo giorno di dicembre che tra festeggiamenti, canti e balli ci annuncerà il nuovo anno. Il tempo è trascorso troppo veloce, quasi non mi sembra di aver vissuto, ma di cose ne ho fatte e alcune cicatrici sono sempre lì per ricordarlo.
Posso dirlo, è stato un anno forte, con forse troppi alti e bassi, una vera e propria gincana di emozioni che mi stanno aiutando a crescere e a rendermi migliore.
Spesso penso di non essere ancora pronta per diventare grande ma è inevitabile: gli anni passano e piano, piano, anch’io maturo seppure con molta paura dentro di marcire troppo in fretta.
Il periodo della mia innocenza è già terminato e ora non voglio sprecare nemmeno un attimo della mia gioventù. Voglio viverla ma viverla davvero, sentire che ci sono, per poter svegliarmi un giorno e dire che la vita non mi è sfuggita tra le mani, che ne ho fatto quello che mi sono sentita in ogni momento, senza risentimenti.
Scrivendo queste righe inevitabilmente una parola mi tormenta la mente, il “rischio”! Di questo non ci si può liberare, è sempre in agguato per ogni decisione, piccola o grande che sia: se si vuole, infatti, provare sentimenti veri di libertà, di indipendenza, di amore, bisogna essere pronti ad affrontare anche il rovescio della medaglia.
Ho capito che soffrire serve e, quando penso non ne valga la pena, mi odio perché, se ho sofferto, è perché per me contava. Non mi piace starmene con le mani in mano, voglio vivere, rischiare, provare rabbia, dolore... amore. Amo la vita, amo amare, amo cadere e poi rialzarmi!
Finora ho vissuto così. Naturalmente mi sono ferita, ma ho anche saputo medicarmi con cura, non dico che tutto sia passato, per le ferite più profonde ci vorrà più tempo. In questo anno mi sono distaccata molto dalla mia famiglia. Non vivere con loro mi sta aiutando ma, il non essere ancora economicamente indipendente, mi dà un senso di incompletezza.
Per la mia vita, ora che sono ancora giovane, non voglio monotonia e stabilità ma meno timori, voglia di avventurarmi, di progettare, di essere. La cosa più importante che non vorrei mai smettere di fare, però, è sognare e sperare!!
Voglio fare della mia vita un viaggio per conoscere culture diverse, per conoscere il mondo e completarmi.
martedì 9 dicembre 2008
Giovani al volante ed il rispetto della vita
Giuseppe "Pino" Melchionna si racconta….
Sulle strade rispettate la vita!
Anche quest’anno le strade trentine sono state teatro di drammatici incidenti nei quali la protagonista assoluta è stata la morte di vite giovani.
Ogni volta che i mezzi d’informazione raccontano questi fatti tragici non posso non pensare a quella che è stata la mia storia personale, di sopravvissuto da un incidente della strada. Anch’io, come quei giovani, stavo vivendo una notte in compagnia di amici: festeggiavamo l’addio al celibato di uno di noi. C’era allegria, in parte dovuta ai brindisi che hanno accompagnato la cena. La macchina era veloce, la musica a tutto volume riempiva l’abitacolo. Quanti di voi hanno vissuto questa situazione? Di colpo lo schianto e alcune ore più tardi mi sono trovato su un letto d’ospedale, in terapia intensiva: le mie gambe, le mie braccia non rispondevano più. Oggi, a 25 anni di distanza, vivo la mia disabilità con speranza e cercando di trasmettere, soprattutto ai giovani, un senso di responsabilità nei confronti della propria esistenza. Da alcuni anni partecipo ad incontri all’interno delle scuole medie e superiori del Trentino proprio per portare la mia testimonianza. Senza la presunzione di poter salvare delle vite umane, ma consapevole che il mio esempio possa far riflettere.
Nei dialoghi con i giovani e leggendo le cronache dei giornali sono arrivato alla conclusione che purtroppo sono molte le persone che non hanno rispetto per la sacralità della vita, una sacralità intesa anche in senso laico. Bere per vincere la timidezza, correre per sentirsi importanti nel gruppo sono alcuni dei comportamenti che i giovani mi raccontano nei nostri incontri. E, poi, quei particolari ricorrenti nelle stragi sulle strade: la velocità e l’orario. Di fronte alla morte e al dolore delle famiglie il rispetto non deve mai venire meno, tuttavia non possiamo nascondere certe responsabilità. Si possono togliere tutte le curve dalle strade, gli alberi, ma la responsabilità comunque di chi si mette al volante e di chi siede con lui: i passeggeri, come ho avuto modo di dire tante volte agli studenti delle scuole, hanno il diritto-dovere di costringere chi sta guidando a moderare la velocità a costringerlo a fermarsi o, provocatoriamente, scendere dalla macchina.
Non è sufficiente invitare i giovani ad andare piano in auto, a non bere e a non rientrare a casa troppo tardi. Non è sufficiente se nessuno ha insegnato loro il valore della vita. La vita è fatta (anche) di limiti: i nostri giovani dovrebbero imparare a conoscerli prima che il senso d’onnipotenza, sotto forma di acceleratore, li trascini verso la morte. Troppe volte le strade diventano luoghi di sfida, luoghi dove si cerca di esorcizzare i problemi e le sofferenze che inevitabilmente fanno parte della nostra quotidianità. Io, paradossalmente, convivendo con la sofferenza ho imparato ad accettarla e quindi ad amare e apprezzare la vita e non ritengo la mia esistenza di serie B per il fatto di essere su una carrozzina. Non si deve però arrivare a questa estrema conseguenza perdere l’uso delle gambe o peggio ancora la vita stessa per comprendere il valore sacro dell’esistenza.
Giuseppe "Pino" Melchionna si racconta….
Sulle strade rispettate la vita!
Anche quest’anno le strade trentine sono state teatro di drammatici incidenti nei quali la protagonista assoluta è stata la morte di vite giovani.
Ogni volta che i mezzi d’informazione raccontano questi fatti tragici non posso non pensare a quella che è stata la mia storia personale, di sopravvissuto da un incidente della strada. Anch’io, come quei giovani, stavo vivendo una notte in compagnia di amici: festeggiavamo l’addio al celibato di uno di noi. C’era allegria, in parte dovuta ai brindisi che hanno accompagnato la cena. La macchina era veloce, la musica a tutto volume riempiva l’abitacolo. Quanti di voi hanno vissuto questa situazione? Di colpo lo schianto e alcune ore più tardi mi sono trovato su un letto d’ospedale, in terapia intensiva: le mie gambe, le mie braccia non rispondevano più. Oggi, a 25 anni di distanza, vivo la mia disabilità con speranza e cercando di trasmettere, soprattutto ai giovani, un senso di responsabilità nei confronti della propria esistenza. Da alcuni anni partecipo ad incontri all’interno delle scuole medie e superiori del Trentino proprio per portare la mia testimonianza. Senza la presunzione di poter salvare delle vite umane, ma consapevole che il mio esempio possa far riflettere.
Nei dialoghi con i giovani e leggendo le cronache dei giornali sono arrivato alla conclusione che purtroppo sono molte le persone che non hanno rispetto per la sacralità della vita, una sacralità intesa anche in senso laico. Bere per vincere la timidezza, correre per sentirsi importanti nel gruppo sono alcuni dei comportamenti che i giovani mi raccontano nei nostri incontri. E, poi, quei particolari ricorrenti nelle stragi sulle strade: la velocità e l’orario. Di fronte alla morte e al dolore delle famiglie il rispetto non deve mai venire meno, tuttavia non possiamo nascondere certe responsabilità. Si possono togliere tutte le curve dalle strade, gli alberi, ma la responsabilità comunque di chi si mette al volante e di chi siede con lui: i passeggeri, come ho avuto modo di dire tante volte agli studenti delle scuole, hanno il diritto-dovere di costringere chi sta guidando a moderare la velocità a costringerlo a fermarsi o, provocatoriamente, scendere dalla macchina.
Non è sufficiente invitare i giovani ad andare piano in auto, a non bere e a non rientrare a casa troppo tardi. Non è sufficiente se nessuno ha insegnato loro il valore della vita. La vita è fatta (anche) di limiti: i nostri giovani dovrebbero imparare a conoscerli prima che il senso d’onnipotenza, sotto forma di acceleratore, li trascini verso la morte. Troppe volte le strade diventano luoghi di sfida, luoghi dove si cerca di esorcizzare i problemi e le sofferenze che inevitabilmente fanno parte della nostra quotidianità. Io, paradossalmente, convivendo con la sofferenza ho imparato ad accettarla e quindi ad amare e apprezzare la vita e non ritengo la mia esistenza di serie B per il fatto di essere su una carrozzina. Non si deve però arrivare a questa estrema conseguenza perdere l’uso delle gambe o peggio ancora la vita stessa per comprendere il valore sacro dell’esistenza.
Stragi da sabato sera
Cinque ragazzi tra i 15 ed i 20 anni hanno lasciato la vita in un fosso, altri quattro l’ hanno persa sull’autostrada. Si parla di scoppio di una gomma, di stress da discoteca, di droga e alcol, di velocità.
Ma che importa oggi? Ormai sono solo un rimpianto di padri, madri, fratelli, nonni, rassegnati a far scivolar via una lacrima al loro ricordo! Otto mila morti l'anno e di 1000-1500 nuovi disabili non sembrano un deterrente significativo, anzi, pare che solo la minaccia di rimanere senza patente, abbia convinto molti a rischiare meno al volante.
Qui di seguito riporto una poesia di Paride Franceschini di Povo, fotografo, disegnatore e pittore, che sembra aver fissato con le parole quelle tragiche scene e quel ricordo indelebile e amaro che lasciano.
Il sabato delle stragi
Suonerie di cellulari,
Cinque ragazzi tra i 15 ed i 20 anni hanno lasciato la vita in un fosso, altri quattro l’ hanno persa sull’autostrada. Si parla di scoppio di una gomma, di stress da discoteca, di droga e alcol, di velocità.
Ma che importa oggi? Ormai sono solo un rimpianto di padri, madri, fratelli, nonni, rassegnati a far scivolar via una lacrima al loro ricordo! Otto mila morti l'anno e di 1000-1500 nuovi disabili non sembrano un deterrente significativo, anzi, pare che solo la minaccia di rimanere senza patente, abbia convinto molti a rischiare meno al volante.
Qui di seguito riporto una poesia di Paride Franceschini di Povo, fotografo, disegnatore e pittore, che sembra aver fissato con le parole quelle tragiche scene e quel ricordo indelebile e amaro che lasciano.
Il sabato delle stragi
Suonerie di cellulari,
tutti pronti per partire
autoradio digitali,
grande meta: "il divertire"
C'è bisogno di evasione
anche in tanta confusione,
luci box a gran volume
la routine ormai è "barlume"
E nel "vuoto" che è interiore,
tanto per bruciar le ore,
col pretesto ormai del ballo
si partecipa al gran sballo.
Gira l'alcool, le pasticche,
l'euforia fa tutte amiche,
e nel pieno del "casino",
non sai più a chi sei vicino.
Poi nel cuore della notte,
in vetture già "truccate",
di sgommate hai pien l'udito,
come a Imola, in circuito.
Tutto è pronto per la sorte
con destinazion la morte,
ed il "branco" più non regge
...resteran solo le schegge.
Verso l'alba silenziosa,
un lampeggio di "volante",
e un telefono di casa
che preannuncia un incidente.
E così la vita "cambia"
in famiglie devastate
usciranno poi i giornali,
con le stragi già annunciate.
Iscriviti a:
Post (Atom)
