venerdì 12 dicembre 2008


Una moda da combattere: l’alcolismo

Il dilagare delle tossicodipendenze e dell'interesse da esse suscitato dal punto di vista politico e soprattutto sociale (la droga è tabù nel senso di male) ha relegato in secondo piano il problema dell'alcolismo, fenomeno la cui gravità nel nostro paese è certamente ben maggiore.
Di drammatica evidenza quotidiana è infatti l'azione distruttrice dell'alcol sul piano somatico e del funzionamento della personalità: l'assunzione smodata e prolungata di alcolici è responsabile di un alto tasso di mortalità ed in un numero notevole di soggetti conduce spesso a patologie organiche e psichiche dai livelli altamente invalidanti. Lo stereotipo però dell'alcolista quale individuo derelitto, abbandonato a se stesso ed in grado di sopravvivere solo con piccoli espedienti come i barboni da strada, è fuorviante e non corrisponde alla realtà.
L’assoluta maggioranza vive una vita normalissima, ha famiglia, una casa ed un lavoro, amici ma solo chi li frequenta assiduamente si accorge del problema, capisce che “quello” beve. L’alcolismo è trasversale ai ceti sociali o alle categorie professionali, non si beve di più o di meno perché si è impiegati piuttosto che artigiani oppure di buona famiglia anziché no. Tutti, però, finiscono per manifestare inefficienza e inadeguatezza di fronte alle responsabilità ed ai propri compiti.
La prima a subirne le conseguenze è la famiglia dove l’alcol dipendente riverbera il proprio disagio in varia misura a partire dai silenzi carichi di astio ai maltrattamenti fino al calo del tenore di vita cui, dall’altra parte, si risponde con rabbia repressa, evitamento e vergogna. I figli, a loro volta deprivati di un modello familiare valido e socialmente accettabile, subiscono queste influenze traumatiche e distruttive andando incontro ad uno sviluppo abnorme della personalità. In loro compaiono frequentemente atteggiamenti relazionali e modalità di comportamento di tipo nevrotico o psicopatico.
Altro aspetto preoccupante, l’abitudine a bere viene trasferita spessissimo ai figli: oltre il 50% degli alcolisti ha, oppure ha avuto, uno od entrambi i genitori affetti dalla stessa patologia.

Elisa Zancanella, descrive così il “suo Trentino”:
Trentino: montagne, polenta e luganeghe e un buon bicchiere di vino. Equazione forse un po’ banale e limitante ma comunque inconfutabile.
Sulle montagne non ci sono dubbi, sulla passione dei trentini per i piatti sostanziosi (sarà l’aria salubre di alta quota...) nemmeno ma è sull’inclinazione all’alcol che ci vogliamo soffermare. E non a caso. È recente infatti la notizia secondo cui la media della nostra regione in quanto a ubriachi al volante è la più alta d’Italia. E già ad inizio 2004 i quotidiani locali avevano pubblicato un’inchiesta sull’aumento vertiginoso del consumo di bevande alcoliche tra giovani e giovanissimi.
Insomma, brutte notizie. Vada per le calorie della luganega e anche per un sano bicchiere di rosso ai pasti (che, ce lo dicevano sempre i nostri nonni, fa buon sangue e se ce ne fosse stato bisogno adesso ce lo confermano anche i dottori) ma l’alcolismo è qualcosa di molto diverso. Alcolismo significa degrado della società, significa piaga sociale, significa soprattutto che nella nostra città tanto ricca, protetta e incontaminata c’è qualcosa che non va.
Sapere che più della metà dei giovani di Trento il sabato sera lo passa a bere, significa avere davanti agli occhi il disagio di un’intera generazione. Non siamo qui a dare giudizi e a fare i soliti allarmismi ma non si può far finta di niente davanti a un fenomeno che purtroppo non è nuovo dalle nostre parti. Anzi, nel nord est da sempre l’alcol è stato parte integrante della tradizione e della cultura. È un fenomeno che, a differenza ad esempio della dipendenza dalle droghe, viene affrontato spesso, se ne parla molto ma sempre con quell’aria del tipo “cosa vuoi che sia per una ciucca ogni tanto”! In fondo i genitori di un ragazzo trentino che durante il weekend torna a casa un po’ alticcio, poco stabile sulle gambe e con l’alito non precisamente profumato, da giovani hanno fatto la stessa cosa e non ne fanno un dramma. Effettivamente la sbornia passa il giorno dopo, magari a costo di qualche attacco di nausea e di emicrania fulminante, ma passa. Ma i danni collaterali non sono pochi e non solo in termini fisici. Il rischio non è solo quello di andarsi a schiantare con la macchina ma anche quello di non riuscire a fare a meno di quella spinta in più che un superalcolico può dare per divertirsi. E le serate di molti ragazzini della nostra regione purtroppo sembrano proprio poter decollare solo se condite da una belle bevuta in compagnia. Vero è che a Trento di spazi per i giovani ce ne sono pochi, anzi pochissimi, per chi rimane in città senza macchina le alternative non sono un granché e le iniziative per ravvivare la serata dei teenager trentini non sono molte. Abbiamo forse caratterialmente più difficoltà di tanti altri nostri coetanei di altre zone d’Italia a socializzare e a lasciarci andare, per aprirci abbiamo bisogno di perdere un po’ di freni inibitori. Ma non è una scusa buona per attaccarsi alla bottiglia! Una birra in compagnia non ha mai fatto male a nessuno e alzare un po’ il gomito può capitare a tutti. L’importante è che non diventi un’abitudine ne tantomeno l’unico passatempo per un sabato sera da ricordare. (da internet)

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