martedì 21 luglio 2009

Non è semplice imparare a volare...ma si può!


Eccomi qui, più o meno riposata, dopo un camposcuola con 53 fantastici e terribili ragazzi. Sono passati solo due giorni e già mi mancano i loro sorrisi, le loro battute, le camerate in disordine, il caos di notte e il sonno durante il giorno, i giochi, i pianti. Sono tornata stanca perchè è stato un camposcuola molto impegnativo a causa del numero ridotto degli animatori e tutti giovanissimi, ma ne è valsa la pena!

Il filo conduttore di tutto il campo è stata la storia della gabbianella e il gatto...una storia un pò "antica" se vogliamo, ma che dona sempre nuovi spunti per riflettere. Tante sono le domande che hanno spronato noi animatori e ragazzi...e come sempre ad alcune non c'è risposta.

Quanto amiamo le persone che ci stanno accanto? Sentiamo il bisogno di avere qualcuno vicino? Siamo disposti a rinunciare a qualcosa per aiutare o far contenti altri? Sentiamo di appartenere ad una comunità e nello stesso tempo sentirci unici? Abbiamo dei sogni che vorremmo a tutti costi realizzare?.....Quanto amiamo la nostra vita?

Non a caso ho messo per ultima questa domanda. Tornata dal campo ho appreso la notizia che la mamma di Gabriele (ne ho parlato in un post precedente) è volata in cielo. Appena ho ricevuto la notizia mi sono pietrificata, poi ho capito che per lei, l'amore verso suo figlio, lo stare con lui e stato più grande del suo desiderio di vita, che ormai non aveva più significato senza quel figlio tanto amato. Una frase è stata scritta: assieme, adesso come prima e per l'eternità. Mi auguro che questi due angeli veglino da lassù sulle mamme e sui figli che hanno perso il loro grande amore, donandogli la forza di sorridere ancora alla vita, nonostante tutto.

mercoledì 1 luglio 2009

Uomini sotto le stelle...persone che cercano amore!


Esperienza forte è stato anche un servizio alla mensa dei poveri romana della comunità di Sant'Egidio. E' indescrivibile ciò che ti viene donato e ciò che resta anche nel cuore degli altri volontari. Di seguito c'è una testimonianza di un volontario che ha trascorso con me quei giorni.

In questi giorni dal mio ritorno da Roma, ho pensato e penso ancora all’esperienza fatta! È stata un’esperienza meravigliosa… tra le più belle che ho mai fatto! Come ho detto domenica mattina nel momento di condivisione, mentre svolgevamo il nostro servizio, non mi son preoccupato tanto di farlo alla luce della Parola! Soprattutto la sera, quando eravamo in mensa la mia unica preoccupazione è stata quella di svolgere al meglio il compito che mi era stato assegnato. Forse per carattere! Quando faccio qualcosa che riguarda gli altri tendo sempre a farla bene! Però di una cosa sono certo, mentre ero lì a servire, involontariamente la mia prima preoccupazione è stata di porgermi con un sorriso a tutte le persone che si sedevano a quel tavolo! Non lo so, ma dentro me, nonostante la consapevolezza che quelle persone erano li a cercare un pasto, sentivo che forse la prima cosa che dovevo donargli era un sorriso! Un qualcosa che li facesse sentire ben accetti, non visti e fatti sentire come emarginati… E poi ho ancora nella mente l’immagine di quella bambina seduta li a quei tavoli! Ho avuto la “fortuna” di non averla seduta al mio tavolo! L’ho vista sola per un attimo…però ricordo di essermi chiesto e chiesto a chi era di fianco a me: “ma come ci sta anche una bambina…?” non mi è venuto niente altro in mente… non pensavo di poter incrociare li anche una bambina… mi ero dimenticato che la povertà non sta a guardar la carta di indentità… e che anzi sono propri i bambini ad esser le prime vittime…

Penso spesso all’egoismo che ci circonda! Alla gente che molto spesso pensa solo a se stessa, al proprio egoismo, alle proprie comodità occupando od ostruendo per esempio il passaggio ad un disabile! Fregandosene degli altri e magari calpestandoli!!! Tornando da Roma mi è capitato di pensare ancora a tutto questo! Mi son reso conto che indifferente lo sono stato anch’io! Venerdì, prima di venir da voi, girando per Roma di poveri ad elemosinare ne ho incrociati, eppure mi son passati di fianco quasi indifferentemente, come se nulla fosse! Forse perché non avevo nulla da dargli, o forse perché nel vederne tanti alla fine l’ occhio ci si abitua!!! Eppure li ho evitati e chissà quante altre volte lo farò!
Eppure quel servizio dato alla comunità e alla mensa mi ha riempito! Forse perché li ho dato qualcosa che, al contrario di qualche spicciolo dato per carità, sento più mio: il mio tempo e il mio donarmi!!! Forse perché per me donare è normale! Quando qualcuno mi chiede un favore trovo più facile dirgli di si anziché no!

Dell’ esperienza vissuta in qui giorni, porto anche dentro me quanto è stato bello vivere l’esperienza del servire il prossimo e di condividere tutto ciò con persone magnifiche… alcune delle quali non avevo mai visto e con le quali mi son trovato subito a mio agio! Quasi ci conoscessimo da prima! Forse è tutto qui il segreto dell’amore: donarsi e condividere tutto con l’altro…
Tra le varie immagini che ho impresse nella mente ci sta proprio quella di noi alla mensa indaffarati e a volte impacciati dinnanzi ad una realtà che non era la nostra! Il cercare aiuto nello sguardo e nel sorriso di ognuno di noi, quando soprattutto all’inizio non sapevamo da dove iniziare e dove andare… e in tali sguardi, nei sorrisi, nella gioia e nell’entusiasmo che ognuno di noi aveva, trovare la voglia di far la propria parte indipendentemente del risultato… tra le varie fotografie scattate nella mia mente questa è una di quelle che più difficilmente scorderò…
In questi giorni ho elaborato l’esperienza fatta alla luce della Parola! Molto spesso si dice che Gesù lo si trova negli altri. Marianna mi hai scritto “...Negli occhi degli altri riconoscerò i Suoi occhi e
sarò solo lo strumento del Suo Amore!” Io il Signore non l’ho incontrato negli occhi e nei gesti di quelle persone che cercavano un pasto caldo, ma in tutti voi…nei vostri gesti nel vostro donarvi agli
altri…nelle sensazioni scambiateci… Mi è tornato alla mente quel brano del vangelo in cui Gesù dice “avevo sete e mi avete dato da bere, fame e dato da mangiare, nudo e mi avete vestito…” “…ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me...” e quel sabato sera è stato proprio così!

Ecco questa è la mia testimonianza! Lo so, non è nulla di particolare, ma ho sentito il desiderio di comunicarla a te e a tutta la comunità. Forse perché ogni esperienza un qualcosa lo lascia sempre...

grazie ancora di tutto
Francesco

domenica 28 giugno 2009

Un sogno senza fine...






Sono già passati due anni da questa magnifica esperienza, però rivivo ogni giorno dentro me episodi simpatici ed anche commoventi.
Con il movimento: Pelli Sintetiche ( http://www.pellisintetichefamily.com/ ),del quale faccio parte anch'io, abbiamo girato vari luoghi del centro Italia cercando di portare il nostro stile e di dare servizio in una casa riposo,in un centro per disabili, nonchè portando un pò di gioia e divertimento per le piazze, con le nostre musiche e balli.
Vivendo in semplicità, alloggiando un pò dove capitava con il sacco a pelo e come unica certezza la nostra voglia di vivere,di stare assieme,di gioire per una doccia o un pasto caldo!
Un'esperienza che veramente mi ha aperto gli occhi su molte cose e mi ha arricchito immensamente!
Di seguito ho inserito un'e-mail che avevo mandato ai miei compagni di viaggio,ai miei fratelli!

Ciao! Eccomi qui,dopo cinque giorni di distanza da te,da voi e da questa magnifica esperienza. Solo ora riesco a “riordinare” il pensiero e a trovare e gustare i vari momenti,i sentimenti e tutto ciò che ha composto questi sette giorni vissuti assieme. Di cose da dire ce ne sarebbero tantissime,cercherò di essere breve,anche se un poema uscirà lo stesso,quindi se hai tempo inizia a leggerlo…!!!
Inizio dalla parola:differenza…una parola che a volte fa paura perché fa rima con diffidenza. In questa settimana abbiamo vissuto dentro la differenza;differenza di carattere e persona e differenza dovuta a varie problematiche(nei due centri che ci hanno accolto)…una differenza che abbiamo amato e vissuto con gioia…pensavo a un paragone strano,curioso(o del tutto pazzo!):i nostri piedi! Con le scarpe,le maschere,sembrano tutti uguali….ma invece non esiste un piede uguale all’altro:dita lunghe,corte,storte,dritte…la pianta del piede poi mostra singolari “percorsi geografici”. In questo tempo abbiamo imparato a conoscere le nostre diversità e le diversità delle tante persone incontrate. Ho imparato a scoprire come dietro a ogni limite abitasse un motivo,una spiegazione,una ferita. Che fatica trovare un passo comune…che fatica,a volte, ascoltare i piedi propri e quelli degli altri,ma che forza dalla consapevolezza di andare tutti verso una stessa meta pur nella diversità di ciascuno…che forza dalla coscienza di dover per forza arrivare ma di non poter farlo da soli in salita…che bello l’aiuto reciproco…la diversità è fatica,la diversità è stupore…può tradursi in rifiuto o ricchezza…e per noi è stata un immenso tesoro!
Passo ora alla provvidenza ed alla speranza che ci ha accompagnato…Speranza che illuminava gli occhi degli anziani che abbiamo incontrato e riscaldava,anche se per poco,il loro cuore. Se non ricordo male in ebraico speranza si traduce con: tikvà,che significa anche corda;è bello sapere che la speranza abbia un’anima di corda. Nella parola tikvà c’è il senso di essere legato a qualcuno che non lascia soli. Sì,è una questione di cordata in fondo,la fune può essere bella forte finchè vuoi, ma se quando scali una montagna il compagno a cui sei legato è un irresponsabile,un inaffidabile,il rischio di farsi male c’è,e una buona corda non ti salverà. Per sperare davvero bisogna sperare in qualcuno che non ci deluderà….e che in questi giorni non ci ha affatto deluso!! Qualcuno che ci sta davanti,che ci guida sicuro verso la vetta,che ci aspetta se ci fermiamo,che non ci lascia cadere. Qualcuno a cui legare la tikvà,la corda-speranza,nell’assoluta certezza che,non c’è trucco e non c’è inganno,ci arriveremo davvero lassù in cima….Noi questo Qualcuno l’abbiamo incontrato ed è stato,come diceva Giacomo,il diciannovesimo compagno di viaggio,un tipo veramente fuori dal comune che amava la libertà….e che in questa settimana non ci ha fatto mancare nulla,anzi ci ha donato moltissimo,forse troppo!!!
Mi rendo conto che ancora oggi faccio fatica a trovare le parole per spiegare questo sogno senza fine,come ha detto Alessandro,che si esprime pienamente solo nel mio cuore,nei nostri cuori…Per questo traduco tutto ciò che vorrei dirti con un immenso grazie e un mega abbraccio…concludo dicendo:Ti voglio bene.
“ti”:a te,personalmente,per come sei,per quello che fai,per quello che significhi per me.
“voglio”:sono io a volerlo e non qualcun altro,sono io che lo sento dentro. E siccome lo voglio farò di tutto perché continui ad essere così.
“bene”:perché ho imparato a conoscerti e desidero il tuo bene,la tua felicità…desidero che il sorriso che era sempre stampato nel tuo viso non svanisca mai!!
Grazie fratelli e sorelle!!
Marianna

martedì 23 giugno 2009


"La misura dell'amore è amare senza misura" (Sant'Agostino)


Quando nasce un bambino, la prima azione, dopo averlo guardato in viso, è dargli un nome. Chiamarlo per nome. Tutto al mondo funziona così! Niente potrebbe esistere senza essere chiamato in un certo modo, senza poter essere riconosciuto attraverso le lettere di una parola, una vibrazione. Ciò che gira intorno a noi, e a volte anche ciò che sentiamo dentro, rimane lontano fino a che non lo rendiamo nostro. Funziona così anche per le emozioni, per i sussulti dell’anima, per le relazioni di ogni genere che ci coinvolgono. E nulla sembra essere mai perfetto. Perfetto si può dire di un ideale e invece l’amore, in tutte le sue forme, seppur è qualcosa di meraviglioso, sa fare anche male, sa essere duro e ingeneroso.
“Amore e desiderio sono due cose distinte: non tutto ciò che si ama si desidera, né tutto ciò che si desidera si ama” (Miguel De Cervantès)
Per questo, dobbiamo sforzarci di dare un nome alle cose. Non a caso la gamma infinita di relazioni che posso instaurare con un’altra persona porta a dare a ognuno un posto, un ruolo, a volte anche “scomodo”. Così le emozioni che viviamo sono come quel bambino. Ognuno di noi ne è genitore, felici di poterlo finalmente chiamare per nome, nonostante le difficoltà. Ognuno può stringere tra le braccia la sua vita solo se è consapevole della fragilità, della cura di cui ha bisogno, ma anche della forza che già il suo minuscolo cuore sprigiona.

mercoledì 17 giugno 2009


GIOVANI TRA RICERCA DEL PIACERE E DIMENSIONE DEL RISCHIO

QUANDO LE PAROLE FANNO PAURA
Ci sono due parole che hanno a che fare con il mondo giovanile contemporaneo e che suscitano a chi le ascolta un disagio, un senso di fastidio, forse paura: droga e dipendenza. Droga è un termine che vuol dire sia medicina che veleno. Una sostanza insomma che può curare quanto far star male; dipendenza è qualcosa che ti lega, può essere ricercata, voluta, amata, oppure può far soffrire, costringere, odiare.
Sono due parole dai significati ambigui, che però caratterizzano la sperimentazione che in età adolescenziale si innesca, con processi che si modificano velocemente, cambiano da città in citta e da età ad età, svincolano fuori dalle statistiche e costringono spesso il mondo adulto a “correre ai ripari”. Di sicuro fa più paura ai grandi piuttosto che ai giovani. Droga per un ragazzo che sperimenta forme di divertimento nuove diventa stupefacente.
Dipendenza diventa libertà.
Provare oggi a entrare nel mondo giovanile vuol dire anche fare i conti con questa visione diversa: per un gruppo di amici il correre in motorino, l'ubriacatura al sabato sera, la musica alta, il video poker sono tutte forme di ricerca del piacere, spesso indotto da sostanze, spesso mischiato e confuso con il gusto di vivere insieme, l'omologazione dei pari, il desiderio di farcela da solo, la voglia di evasione. La ricerca del piacere porta a fare i conti con un aspetto che causa i maggiori problemi, cioè il rischio: il rischio di rovinare la propria vita, la propria incolumità psico-fisica, le amicizie, la possibilità di vivere in maniera sana un evento e in ultima analisi mettendo in rischio la propria e l'altrui vita.

I nuovi volti della dipendenza e del consumo
Oggi i volti della tossicodipendenza sono molto variegati. Non sono cambiati solo i protagonisti, sono cambiate anche le sostanze stupefacenti presenti sul mercato e le modalità della loro assunzione.
Il diffondersi del poliabuso
Il modello prevalente di consumo è il poliabuso: varie sostanze, legali e illegali, vengono usate alternativamente, in sovrapposizione e in supporto l’una dell’altra. Tra gli ultimi reclutati al consumo e alla dipendenza si evidenziano, sempre più numerosi, gli stranieri immigrati con o senza il permesso di soggiorno. L’abuso di alcol, cocaina ed eroina rappresenta spesso il capolinea di un progetto migratorio fallito, di fronte alle difficoltà di sopravvivenza e di inserimento nella società italiana. La maggior parte dei giovani “sperimentatori” di sostanze oggi si rivolge alle cosiddette nuove droghe o droghe di sintesi. Apparentemente meno pericolose, perché confezionate in pastiglie che si assumono per via orale, vengono utilizzate nei contesti di aggregazione e di divertimento, mescolate spesso all’alcol.
La problematica del “nuovo consumo”
La popolarità delle nuove droghe, penetrate in questi anni tra decine di migliaia di giovani più o meno trasgressivi che frequentano discoteche, locali di tendenza e rave-parties, impone oggi all’attenzione degli adulti la problematica del “nuovo consumo”. Un consumo da interpretare non come anticamera della dipendenza, ma come fenomeno di per sé, caratterizzato da rischi e danni specifici. Un dato comunque caratterizza oggi il fenomeno delle dipendenze e dei consumi. La sua continua evoluzione, che dà vita a sempre nuovi “assetti”. Questa fluidità del fenomeno chiede al mondo adulto un'attenzione costante per ripensare continuamente l’adeguatezza dei propri interventi.
Cannabis, la droga più diffusa
La droga illegale oggi più usata nel mondo è la cannabis. Dei 200 milioni di persone che si stima facciano uso di sostanze stupefacenti illecite, 163 milioni fanno ricorso a cannabis (dati Onu 2003).
Cocaina, un mercato in crescita
Da alcuni anni la cocaina, per l’abbassamento del prezzo di acquisto, è diventata accessibile alle tasche di molti giovani, meno attrezzati nel far fronte alle conseguenze di questo consumo. La pericolosità di questo nuovo fenomeno non può essere ulteriormente ignorata.
Alcol, la droga sottovalutata
Se è vero che l’uso di sostanze oblianti accompagna da sempre l’evolversi delle società, oggi prendiamo atto di quanto l’alcol sia proposto dai media e vissuto dalla maggior parte delle persone come elemento puramente piacevole e non problematico, normalmente presente nei momenti di incontro e di svago. Questo avviene nonostante sia evidente il tragico primato dell’alcol come causa di elevata problematicità e mortalità. L’alcol è la prima causa di morte per i giovani uomini europei. Il dato più preoccupante è tuttavia il fatto che l’alcol primeggia sempre di più nei consumi dei giovani.
L’approccio all’alcol sta diventando sempre più precoce. I giovani si avvicinano al bere per molte ragioni, che variano in base alle circostanze personali e sociali (desiderio di appartenenza al gruppo, ricerca di un sostegno per affrontare situazioni di difficoltà, vincere la noia, piacere del gusto, favorire la socializzazione). Le ragazze, pur bevendo meno dei ragazzi, si avvicinano ai modelli maschili di consumo, esponendosi a rischi gravi soprattutto in età fertile e durante la gravidanza.

UNA COMUNITA' EDUCANTE?
Il nostro contesto culturale tende a riconoscere la persona solo dai ruoli che questa riveste nella società e non dalle potenzialità o risorse che invece essa sa e può esprimere. L’identità che il giovane percepisce e si costruisce è troppo spesso lo specchio di ciò che gli viene restituito dall’insegnante, dal datore di lavoro, dal genitore, in un quadro incompleto dove viene tralasciato tutto quel prezioso mondo, strutturato o meno, del “tempo libero”, cioè slegato dalle incombenze della scuola o del lavoro. Questo tempo dovrebbe infatti rappresentare un luogo, per eccellenza, di espressione della persona, dentro al quale manifestare le proprie passioni, potenzialità e desideri. In realtà è un tempo che il mercato ha saputo riempire lasciando poco spazio alla spontaneità e all’iniziativa personale. Un mondo economico, quasi esclusivamente legato al solo consumo, che sta saturando il desiderio, colmandolo di false illusioni e vuoti emotivi. “Il tempo libero è stato privatizzato”. Sono i mercati a imporre il cocktail del divertimento: solo se bevi una certa bevanda e vesti in un certo modo c'è il Party, la festa, le belle donne. Un mercato che conosce tutti i meccanismi per indurre al consumo i giovani consumatori.
E' necessario che i soggetti che lavorano con i gruppi di giovani (insegnanti, allenatori, animatori parrocchiali) pongano al centro di nuovo queste tematiche. Parlare di stili di vita piacevoli e rischiosi non deve far paura ma può aiutare a far emergere le difficoltà, le vere problematicità che caratterizzano questi comportamenti. Il dialogo dev'essere franco, privo di pregiudizi, privo di indici puntati. informare e sensibilizzare con serate a tema è altrettanto necessario, ma risulta efficace solo se accompagnato da un importante lavoro sullo sviluppo della criticità. Non punire né condannare, ma portare i giovani a capire come solo una coscienza critica, libera, creativa, autonoma possa renderli veramente adulti significativi. (da internet)

martedì 16 giugno 2009


La vita è un ponte:

attraversalo,

ma non fissarvi la tua dimora...






domenica 14 giugno 2009

Disabilità non fa rima con solitudine

Qualche mese fa mi trovavo al concerto tenuto a Bologna da Jovanotti, artista particolare che ha saputo proporsi nel tempo in modo sempre diverso. Un grande comunicatore di concetti, oltre che un ottimo compositore ed esecutore. Quando il pubblico ha sentito l'attacco di Fango ("Io lo so che non sono solo...") subito è partito in un coro tale da sovrastare la voce del cantante. Fino a quel momento avevo apprezzato questa canzone senza dare troppo peso al messaggio che veicolavano quelle parole, ma, dopo aver sentito tutte quelle persone che la cantavano all'unisono, ho pensato che quel testo volesse dire qualcosa di più, e che forse toccava questioni che tutti sentiamo a noi vicine. Con spirito da scolaro diligente - quale non sono mai stato - mi son messo ad analizzarne le parole. È vero: alcuni punti sono davvero interessanti. A una prima lettura, quelli più degni di nota mi erano sembrati i passaggi relativi al rischio di diventare come anestetizzati rispetto alle cose del mondo, quelle magari più comuni, che spesso diamo così per scontate che non ci accorgiamo nemmeno di trascurarle. «Ma l'unico pericolo che sento veramente / è quello di non riuscire più a sentire niente (. . .) il battito di un cuore dentro al petto / la passione che fa crescere un progetto / l'appetito, la sete, l'evoluzione in atto / l'energia che si scatena in un contatto». Quest'ultima parte mi ha fatto pensare anche al film Centochiodi di Ermanno Olmi. Però, leggendo e rileggendo il testo della canzone, l'occhio in realtà mi cadeva sempre su un'altra frase, non a caso il ritornello: «lo lo so che non sono solo / anche quando sono solo / io lo so che non sono solo / e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango». Quella della solitudine è una delle paure più sentite da ognuno di noi. Non è solo il timore di perdere chi più ci è vicino. Piuttosto, in generale, è il timore di essere soli al mondo. Rispetto a questa angoscia diffusa, la disabilità è un ottimo «monitor» sociale e antropologico. Infatti, una delle cose che impedisce un rapporto paritario tra le persone di sa bili e i normodotati è proprio !'immagine intimorita, diffidente che questi ultimi hanno della condizione di disabilità, quasi fosse sinonimo di solitudine irreversibile. Questa immagine si accompagna ad altre simili, come quella che associa disabilità a sofferenza, o ad assistenza. In qualche modo il rapporto "disabile - normale" riflette la paura diffusa della solitudine, restituendo cela in maniera più nitida. Insomma, la disabilità ci spaventa anche perché pensiamo che, semmai ci trovassimo in quella situazione, saremmo condannati a una vita isolata. È come se, temendo la solitudine, avessimo paura di chi ci sembra vivere appieno quella condizione di totale distacco. Ma c'è un altro messaggio che il testo ci trasmette: la solitudine è uno stato apparente, quasi un auto-convincimento. Mi sembra che Jovanotti ci inviti a considerarla come una condizione non-data, cioè in divenire e nelle nostre mani: siamo noi a poterne determinare tempi e caratteristiche. Una simile visione della solitudine comporta, però, anche la dismissione di associazioni di idee, come quelle di cui parlavamo sopra, che solo apparentemente sono nocive e discriminanti per gli altri, ma che in realtà limitano le nostre stesse vite. Per cui associamo con facilità la solitudine a determinate situazioni esistenziali (immobilità, dipendenza, deficit, o altre), mentre l'essere soli è una condizione di vita che dipende dal modo in cui percepiamo noi stessi e ciò che ci sta attorno.(da internet)